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Chiesa Sant’Antonio Abate

CHIESA DI SANT’ANTONIO ABATE con annesso convento degli Antoniani

(dal libro “Il Piano Sant’Angelo e dintorni a Chieti” di Salvatore BIGI)

 

Gli Antoniani derivano da una confraternita nata nel 1088 ad Arles dai monaci benedettini dell’Abbazia di Montmajeur che raggruppava i seguaci di Sant’Agostino e di Sant’Antonio Abate.

Nel periodo medievale, il culto di Sant’Antonio fu reso popolare soprattutto per opera dell’Ordine degli Ospedalieri Antoniani, che ne consacrarono altresì la iconografia: essa ritrae il santo ormai avanti negli anni, mentre incede scuotendo un campanello (come facevano appunto gli Antoniani), in compagnia di un maiale (animale dal quale essi ricavavano il grasso per preparare gli emollienti da spalmare sulle piaghe). Il bastone da pellegrino termina spesso con una croce a forma di tau che gli Antoniani portavano cucita sul loro abito. Tra gli insediamenti degli Ospedalieri è famoso quello di Isseneim (Alto Reno), mentre in Italia deve essere ricordata almeno la precettoria di Sant’Antonio in Ranverso (vicino a Torino) ove si conservano gli affreschi con le storie del santo dipinte da Giacomo Jaquerio e datate ca. 1426.

Gli Antoniani vennero incaricati all’assistenza religiosa e corporale dei pellegrini negli ospitaletti. Fu un nobile, certo Gaston de Valloire, che dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un hospitium e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati che affidò agli Antoniani.

La confraternita si trasformerà nell’Ordine Ospedaliero dei canonici Antoniani. L’Ordine nel 1095 venne approvato da Papa Urbano II al Concilio di Clermont e nel 1218 confermato con bolla papale di Onorio III. La divisa degli Antoniani era formata da una cappa nera con una tau azzurra posta sulla sinistra. Essi con le loro questue mantenevano i loro ospedali dove curavano i pellegrini e gli ammalati.

Il complesso di Chieti doveva essere originariamente un monastero medievale appartenente all’Ordine Ospedaliero degli Antoniani di Vienne di Francia che sorto nel 1275, al tempo che era prefetto frate Angelo Manni dell’ordine di Vienne, quando nel regno di Napoli si propagò e si intensificò il culto di Sant’Antonio Abate per opera dei Fratelli Ospedalieri.

Il convento degli Antoniani risulta nel 1539 tra le strutture ospedaliere regolari di Sant’Agostino e di Sant’Antonio Abate, detto comunemente della città dove riceveva aiuti da molte persone compreso quel Bartolomeo da Cuma che nel 1571, alla sua morte, venne seppellito per sua volontà nella chiesa, come risulta da una scritta un tempo collocata dietro l’altare maggiore e riportata dal Nicolino secondo cui aveva dato denaro (Hospitii perceptor adest qui templa refulsit aere suo ponens alta delubra) a molte chiese e, quasi certamente anche al Sant’Antonio, se ivi si era fatto tumulare.

Il convento annesso assolveva anche alla funzione di ospizio per l’accoglienza dei pellegrini e successivamente a quella di ospedale per le patologie infettive che non avevano accesso immediato in città e quindi necessitassero di un’area di sosta extramoenia.

Sembrerebbe che nella chiesa, oltre all’ordine degli Antoniani, abbiano avuto sede la Confraternita di S. Giorgio (1776) e quella dell’Addolorata e poi ancora, nel 1827, l’arciconfraternita di Santa Maria di Costantinopoli.

La confraternita dell’Addolorata, i cui iscritti erano tutti i Maestri Muratori della città, in precedenza aveva avuto sede nella chiesa di Sant’Antonio Abate, poi i suoi adepti si trasferirono nella chiesa delle Crocelle ed in essa era custodita la “statua lignea della Madonna dell’Addolorata, andata distrutta a causa di un incendio nei primi anni del Novecento; a tal proposito il Verlengia afferma che la statua era da attribuirsi allo scultore napoletano Giacomo Colombo.

La torre campanaria della chiesa, eretta dalle fondazioni a spese dell’arciconfraternita di Sant’Antonio Abate, così come risulta da una epigrafe che si trova sullo stesso campanile, è del 1740, e la campana, molto decorata, è stata fusa nel 1793 dai maestri teatini Giuseppe Nicelli e Luigi Fasoli.

Una curiosità: quando nel 1650 l’Arciconfraternita del Sacro Monte dei Morti di Chieti partecipò con 1100 persone di ambo i sessi al giubileo di Roma e sfilò con i musici, tre simboli in legno appositamente fatti costruire, un catafalco e uno stendardo in damasco nero davanti al Papa Innocenzo X, per un disguido le spese per l’accoglienza e la sistemazione delle 1100 persone a Roma vennero poi recapitate all’arciconfraternita che aveva sede nella parrocchia di Sant’Antonio Abate e che non aveva partecipato al giubileo.

La chiesa di Sant’Antonio Abate, della Ss.ma Trinità e di Sant’Agata marcavano le tre direttrici di espansione della città, quasi a riconoscerne quella posizione di estrema propaggine urbica rispetto alla cattedrale e di localizzazione ai tre vertici di accesso principali della città storica.

Dopo i restauri del Settecento e dell’Ottocento, ben poca cosa resta dell’edificio originario, ed è una fortuna che ne sopravviva il bel portale ogivale in pietra della Majella del 1375, attribuito, secondo la tradizione, a Pietro Angelo. In realtà esso è di Angelo di Pietro, come si legge nell’iscrizione incisa sull’architrave del portale che ripete lo schema di quello della chiesa di S. Maria della Civitella.

ANNO MILLENO TRINO CENTENO CUM QUINTO SEPTVAGENO FUIT HOPERE

PLENO HOC OPUS FIERI FECIT FRATER ANGEL MANNI PERCEPTOR TEATINI

ORDINI VIENNENSIS e, più sotto, MAGRI PHI FILUS ANGELUS VOCATUR QUI

HOC OPUS FECIT A DEO BENEDICATUR AM.

La chiesa è a navata unica (Come quella della Ss.ma Trinità e di Sant’Agostino) molto rimodernata ed è illuminata da finestroni con moderne vetrate. Oggi quel che resta dell’antica chiesa è soltanto il bel portale, secondo solo a quello della Civitella, e il fianco destro visibile solo in piccola parte in quanto coperto dalla casa parrocchiale. La facciata è in laterizio e la cornice è costituita da motivi decorativi trecenteschi con mattoni a denti e archetti pensili, molto simile ai decori trecenteschi di Sant’Agostino, della parte alta di San Francesco al Corso, del Tempio pagano del Tricalle e della Torre vescovile. Dalla strada di fronte al portone della chiesa si possono osservare ciotole maiolicate verdi.

Meritano attenzione anche la bella porta principale intagliata nel 1835 da Francesco Antonio Fasoli, i tre quadri di fine ‘700 attribuibili ad allievi della scuola napoletana Solimesca e quello raffigurante la Madonna del Rosario di Enrico Marchiani, figlio di Francesco Paolo.

La chiesa di Sant’Antonio Abate è stata elevata a parrocchia assieme alle chiese della Ss.ma Trinità e di Sant’Agata nel 1634 dall’arcivescovo e conte di Chieti Antonio Santacroce, divenuto poi cardinale, il quale incrementò il numero delle parrocchie cittadine (con la Cattedrale diventarono quattro) facendo fronte all’aumento della popolazione, probabilmente quando nel monastero doveva essere cessata ogni conventualità e quando ormai tutta la zona era diventata abitata e la cerchia muraria della città si era espansa inglobando il territorio di Terranova (come riportato dagli storici Niccolò Palma, Gerolamo Nicolino, Gennaro Ravizza).